Ecco i protagonisti della quarta e ultima puntata della serie shock guidata da Gabriele Parpiglia
Storie drammatiche, storie mai rivelate, storie borderline di cadute e, forse, di rinascite raccontate da Gabriele Parpiglia. Questo mercoledì 20 novembre dalle 21.10, Real Time diventa la casa dove raccontare se stessi: il giornalista Gabriele Parpiglia guida il racconto del programma “Seconda Vita”, per Discovery Italia. I protagonisti sono stati scelti accuratamente. Ognuno di loro ha avuto una prima e una seconda vita. C’è chi è riuscito a rialzarsi. C’è Chi invece racconta a se stesso una fiaba piena di bugie. Interverranno con il peso delle loro storie, delle loro parole e con immagini irripetibili da realizzare.
Il primo ospite è la modella e conduttrice tv Fernanda Lessa che si apre riguardo alla sua ex dipendenza: “Nella mia vita ho provato di tutto per anni, ho speso anche mille euro al giorno per farmi di cocaina. Quand’ero all’apice del successo tutti pippavano. Ho provato l’ecstasy e ho amato una donna famosa, che ho lasciato quando ho scoperto che era minorenne. Gli eccessi e i soldi mi hanno portato dritta a Hollywood, ma ho rifiutato le avances di George Clooney e Matt Dillon. In Italia ho amato Bobo Vieri, ma lui mi ha lasciata per colpa di un paparazzo. Quando ho trovato il primo vero amore sono rimasta incinta, ma mio figlio non ha visto la luce, l’ho perso. Sono impazzita e ho gettato la mia vita nell’alcol, bevevo fino a tre litri al giorno di vino. Oggi sono in cura. Rialzarsi dal mio passato non è stato facile, ma ci sto provando. Tra disintossicazioni e l’amore per la mia famiglia”.
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Foto: Instagram
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Il secondo incontro è con Hicham Ben’Mbarek, impreditore di successo e fondatore del marchio Benheart che veste i vip di tutto il mondo: “Sono arrivato in Italia grazie al coraggio di mia madre Sadia. Ero piccolo, ricordo il barcone e l’ingresso da clandestino. Oggi non si può morire in mare senza avere un nome. Sognavo di fare il calciatore, ma nel 2011 un infarto ha fermato la mia corsa sul campo. Per sette mesi ho aspettato un cuore per un trapianto, in quei mesi ho costruito il mio futuro e ho creato e disegnato Benheart, ‘Ben’ che in marocchino vuol dire ‘figlio’ e ‘heart’ che vuol dire ‘cuore’, quella che sarebbe diventata la mia linea di moda, la mia opportunità. Mi hanno rispedito a casa dicendo che non c’era niente da fare: il mio cuore aveva il 7% di funzionalità. Poi si è verificato il miracolo ed è arrivato un cuore nuovo e da quel momento sono tornato in vita. Lo dovevo a mia madre e ai miei figli. Da quel momento ho dato il via alla mia azienda.
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All’inizio ero solo con il mio martello e cinture di pelle da bucare. Oggi posso contare su oltre 240 collaboratori e 16 punti vendita sparsi in tutto il mondo. Ringrazio l’Italia, ringrazio mia madre: se non mi avesse portato via dal Marocco su quel viaggio della speranza dove potevamo morire in mare, se non avessi avuto un cuore nuovo, oggi non sarei qui. Al razzismo rispondo con un sorriso, perchè io ero morto”.


