
Era il 30 agosto e, mentre il resto del mondo si godeva il ristoro che solo un lettino in riva al mare può dare, il Lido di Venezia offriva a lavoratori e appassionati – o appassionati lavoratori – la sfida di una giornata di lavoro tra roventi attese e capogiri da bassa pressione. L’entusiasmo per i primi giorni di Mostra del Cinema – la numero 81 – era rivolto alle stelle, quelle sul red carpet, ma soprattutto quelle presenti in sala, a condividere con le persone, quelle normali, la visione cinematografica.
In quella giornata, però, la vertigine causata dal caldo torrido rappresentava il preludio di un’esperienza dell’estremo che io avrei sperimentato, prima in una Sala Grande, e poi per i corridoi dell’Hotel Excelsior.
13 candidature a “Emilia Pérez”: la direzione degli Oscar è anti-Trump
Era il terzo giorno della Mostra del cinema di Venezia e Nicole Kidman non aveva ancora vinto la Coppa Volpi per la sua Romy in Babygirl (era anche lontanissima dal sapere di essere snobbata agli Oscar), ma una cosa era certa: aveva caldo. Di nero vestita con tacco a spillo e pelle di porcellana, nei corridoi surgelati dell’Hotel dalle porte verde pastello, l’attrice si apprestava a rispondere alle domande di un élite di giornalisti ma senza rinunciare di rimarcare, prima di sparire dietro la porta di un’anonima stanza e dare il via all’eterno loop di domande, con fiero accento italiano: “Che caldo”. Una boutade che, a guardare il suo ultimo film – in uscita il 30 gennaio -, era solo un simpatico assaggio.

Le grandi riflessioni sul presente arrivano dalla Mostra del cinema di Venezia
Quelle due parole così umanamente concrete di Nicole Kidman, scevre dalla banalità di cui sarebbero vestite se pronunciate da chiunque altro, hanno squarciato il confine del mio mondo e del suo, costituendo una surreale dimensione comune. Un’apertura che mi ha permesso di prendere la borsa, entrare nella stanza – dove già attendeva Halina Reijn (la regista) -, incrociare il suo guardo glaciale e ascoltare il racconto della sua Romy in Babygirl.
Una donna “di una certa età” (Kidman ha 57 anni), sposata (il marito è interpretato da Antonio Banderas), che è anche CEO, ma comunque pronta a rompere le rigidità dello status quo, per esplorare il proprio desiderio sessuale nella relazione clandestina instaurata con il giovane Samuel (Harris Dickinson), uno degli stagisti dell’azienda. Quella che però risulta una dinamica da commedia tradizionale trova un attraente risvolto nel monopolio dello sguardo femminile, che guida la narrazione, e nell’assenza di quel giudizio morale che oggi sembra imprescindibile.
I film più attesi del 2025, ecco tutte le novità di questo nuovo grandioso anno
“Voglio fare film che facciano discutere”
È questo ciò che interessa a Nicole Kidman, che parla piano – pianissimo – e gesticola poco – elegantemente -. Non tanto di mettere in mostra il corpo sottolineando l’essenzialità del ruolo dell’intimacy coordinator, ma raccontare Romy dall’inizio alla fine, attraverso la contraddizione, la crisi, il desiderio, la concreta realtà, senza bisogno di ricorrere agli estremismo dei generi.
Obiettivo condiviso con la regista Halina Reijn, la quale ha confezionato un film in grado di chiamare in causa anche il riso. La parabola di Babygirl è stata accolta, infatti, da un pubblico che non ha rinunciato di lasciarsi andare a una risata di fronte ad alcune scene del film. Lo stesso che ha poi innescato, fuori dalla sala, un acceso dibattito e vivace conversazione intorno alla performance.
“I migliori film del 2024 sono sequel”. Cosa significa per l’industria cinematografica
Un punto essenziale per Nicole Kidman, che ha confessato di essere sempre alla ricerca di progetti cinematografici che provochino il pubblico, lo sfidino a deostruire le proprie convinzioni, come dimostra non solo il personaggio di Romy in Babygirl, ma lo spettro di ruoli scelti in film e serie tv: Virginia Woolf di The Hours, Diane Arbus di Fur o il recente Greer Winbury in Perfect Couple. Tutte donne che, con l’attrice, condividono il desiderio di smuovere le convenzioni e, probabilmente, l’avversità al caldo agosto veneziano.










