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M. Il figlio del secolo, Donald Trump e l’ignavia di Hollywood

Le difficoltà a trovare un distributore americano della serie “M. Il figlio del secolo” dicono molto sul rapporto odierno tra Hollywood e la politica

di Sara Radegonda | 15 Marzo 2025

“Make Italy great”. Siamo a metà della prima stagione di M. Il figlio del secolo, quando il Benito Mussolini di Luca Marinelli pronuncia questa frase, l’unica in inglese. Uno slogan così familiare nei giorni di campagna elettore americana, e per questo così potente, da annientare la distanza storica permettendo alla serie di costruire un legame tra passato e presente. Un parallelismo, quello tra Mussolini e Donald Trump, che sta creando non pochi problemi alla distribuzione americana della serie di Joe Wright, ispirata al romanzo Premio Strega di Antonio Scurati.

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M Il Figlio del Secolo nessuna distribuzione negli USA

In un’intervista al Financial Times, Joe Wright ha portato alla luce le difficoltà che la serie M. Il figlio del secolo, al cui centro c’è il racconto dell’ascesa di Mussolini e la nascita del fascismo in Italia (disponibile su Sky e Now Tv), sta avendo nel trovare un distributore americano. “C’è stato un produttore che mi ha detto: ‘Adoriamo lo show, però è un po’ troppo controverso per noi’ ha raccontato il regista. L’ostilità, pertanto, sarebbe da imputare a quel processo di attualizzazione che la serie opera nei confronti dell’attuale situazione politica negli Stati Uniti.

Di fatto, a due mesi dall’insediamento di Donal Trump alla Casa Bianca, è evidente come molti studios e distributori si stanno avviando verso il sentiero dell’ignavia, nel quale si evita un’esposizione politica. Un fatto che non stupisce, anche alla luce della linea scelta agli Oscar 2025…

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Foto: AMPAS

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Il timore di Hollywood nell’esporsi politicamente, dopo che anni si è erto a paladino di dissenso sociale, è emerso anche durante la 97esima edizione degli Oscar, che ha visto il trionfo di Anora. Infatti l’assenza di rimandi all’attuale situazione politica è stata interpretata come manifestazione concreta della volontà dell’Academy di dare maggior centralità al cinema. Tuttavia, per quanto possa essere motivo di lode da un lato, la scelta di escludere la politica dalla cerimonia è, di fatto, una scelta politica.

Infatti essa emerge anche dai grandi esclusi dalla cerimonia degli Oscar per evidenti motivi politici come Civil War, Megalopolis di Martin Scorsese, Giurato Numero 2 di Clint Eastwood. E anche dall’assenza di premi e candidature riservati a The Apprentice, il film che racconta l’ascesa di un giovane Donald Trump e la sua relazione con il mentore Roy Cohn.

La pellicola di Ali Abbasi ha subìto gli attacchi dello staff del presidente Trump che lo ha definito “disgustoso e diffamante”, minacciando ripercussioni legali, finendo per scoraggiarne la distribuzione. Almeno fino a quando la società di produzione e distribuzione indipendente Briarcliff Entertainment, con un budget ridotto, ha deciso di comprare il film.

Gli interessi commerciali

Guardando agli ultimi mesi e al dispiegamento di forze da parte di grandi attori a sostegno della campagna del partito democratico, pare che i tempi in cui Hollywood faceva sfoggio dell’ostilità al trumpismo siano ormai lontani. Infatti le minacce di Donal Trump fatte ai conglomerati, di cui fanno parte piattaforme streaming e redazioni giornalistiche, ha ispirato un atteggiamento di cautela da parte di studios e distributori, a discapito dell’arte.

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