
Presentato per la prima volta al Festival del Cinema di Venezia, “Queer” è il nuovo film di Luca Guadagnino, uno dei registi più hollywoodiani che il cinema italiano può vantare tra le sue fila. In uscita al cinema il 17 aprile, “Queer” è stato presentato come una toccante storia d’amore omosessuale ma, in verità, è molto di più. Tratto dall’omonimo romanzo di William Burroughs, immensamente caro al regista, il film ha un cast d’eccezione, con protagonisti Daniel Craig e Drew Starkey. Di seguito, la recensione del film “Queer”.
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Di cosa parla “Queer” di Luca Guadagnino
Guadagnino è famoso per le sue emozionanti storie d’amore, ma “Queer” è un film un po’ particolare. Si tratta, infatti, del racconto crudo e doloroso di un amore non corrisposto e dell’ossessione che nasce dal desiderio di qualcosa che non si può avere.
Il protagonista della pellicola è Lee, interpretato da un intenso Daniel Craig. È il 1950, Lee è un uomo di mezza età e dichiaratamente omosessuale, che vive a Città del Messico per via dei suoi problemi di dipendenza dalle droghe. Lee è solo e insoddisfatto: passa le sue giornate a bere e sedurre uomini di cui non gli importa e sembra avere soltanto un amico. La sua vita è sconvolta dall’arrivo di un giovane, Eugene Allerton (Drew Starkey), per cui prova immediatamente una forte attrazione che presto diventa infatuazione. Agli occhi di Lee, Allerton è misterioso e inafferrabile e, anche dopo che i due si avvicinano, non riesce mai a capirlo fino in fondo.
La prima parte del film, diviso in quattro capitoli, si svolge interamente a Città del Messico. Lo spettatore riesce a immergersi nella quotidianità di Lee e si rende presto conto di come la psiche dell’uomo abbia preso la via del declino. Questo è rappresentato bene dalle sequenze, che si fanno man mano più oniriche e surreali. La sensazione è quella di stare assistendo a una storia che finirà inevitabilmente in tragedia.
Allerton è il primo uomo che Lee invita nella sua casa, che si ritrova a seguire e a cercare quasi ossessivamente fino a rendersi ridicolo. L’atteggiamento di Allerton è altalenante e mai comprensibile fino in fondo. Il ragazzo rifiuta le etichette, non respinge le avance sessuali di Lee ma è scostante davanti alle sue dimostrazioni d’affetto.
Lee presto si convince di essersi innamorato di Eugene. Questo si traduce in un disperato bisogno di controllarlo e capire la sua mente: “Vorrei parlare con te senza usare le parole“, gli dice. Consapevole di non poterci riuscire e frustrato dall’atteggiamento di Allerton, Lee si abbandona sempre di più ai fumi dell’alcol e delle droghe. Lee scopre di una pianta capace di donare la telepatia a chi la consuma e prega Allerton di accompagnarlo in un tour del Sudamerica per cercarla. Da qui, si apre un lungo viaggio alla ricerca di un controllo e una stabilità che in realtà sono irraggiungibili.
Il viaggio li porta fino alla Foresta Amazonica, dove vive un’esperta di botanica che conosce alla perfezione lo yagé, la pianta che il protagonista cerca. Lee insiste per provare la pianta, convinto che sia la soluzione a tutti i suoi problemi con Eugene e con se stesso. Tuttavia, l’esperienza dello yagé non è quello che Lee si aspettava.

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Recensione di “Queer”: non un film romantico
Chi si aspettava una storia romantica alla “Chiamami col tuo nome” rimarrà sorpreso guardando “Queer”. Il nuovo film di Luca Guadagnino, infatti, sostituisce il romanticismo con una cruda rappresentazione dell’amore non corrisposto, dell’ossessione e del desiderio di controllo. Alla fine del film, nessuno dei personaggi è migliore di com’era all’inizio.
Per tutta la durata del film, la sensazione che si prova è quella di stare assistendo a una tragedia inevitabile. Il simbolismo scelto per raccontare questa storia di sofferenza è assolutamente evocativo. La prima volta che Lee vede Allerton, sulla strada si sta svolgendo una lotta tra galli. Più avanti, il primo capitolo della vicenda si chiude con una scena che mostra Lee intento ad assumere una droga. Sul tavolo si nota un libro, “Appuntamento a Samarra“, che racconta la storia di autodistruzione di una coppia dell’alta società.
Il declino di Lee è rappresentato dal progressivo cambiamento nel racconto, che si fa man mano più surreale. Allucinazioni e sequenze che sembrano mostrare gli effetti di una droga si alternano al progredire della storia. Lo spettatore è come intrappolato in un incubo, al punto che diventa difficile distinguere le visioni e le percezioni del protagonista dal racconto della verità. Nell’epilogo sembra esserci un ritorno all’equilibrio, ma che presto si scopre essere solo apparente. Un film efficace, ben costruito, che riesce a trasmettere alla perfezione quel senso di confusione che attanaglia il protagonista.
“Questa è una storia universale sull’amore e sul modo in cui le persone possono ricambiare l’amore o sulla tragedia di non essere nello stesso posto allo stesso momento“, ha detto Guadagnino. I sentimenti portati sullo schermo sono senza tempo, intensi e reali. Non si tratta di un film romantico tradizionale, ma “Queer” è una storia reale, che parla d’amore come forse non era mai stato fatto.
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