
C’è una data simbolica nella parabola dei Ferragnez, ed è quella in cui la realtà ha smesso di coincidere con la narrazione. Il libro di Gabriele Parpiglia, Verità, lacrime e like – Ferragnez, la fine del mito (Cairo Editore), è un viaggio dentro quella rottura: un’inchiesta in forma di racconto che, partendo da retroscena noti e meno noti, scandaglia il dietro le quinte di una delle più grandi costruzioni mediatiche italiane del nuovo millennio.
Non è un libro sul gossip, e nemmeno un omaggio alla curiosità del pubblico. È, come lo definisce l’autore, “un libro-inchiesta”, frutto di anni di osservazione diretta, di contatti, di carte, di memoria professionale. Un diario dei fatti che hanno trasformato una coppia reale in un marchio globale, fino al suo inevitabile collasso.
Gabriele Parpiglia, giornalista, autore televisivo e scrittore tra i più noti nel panorama dell’informazione di spettacolo italiano, è stato testimone diretto di molti dei passaggi che racconta. Penna storica dei principali settimanali di cronaca rosa, oggi firma la newsletter Storie vere e collabora con diversi programmi televisivi. Con questo libro sceglie di spingersi oltre la superficie del gossip per analizzare come e perché l’Italia abbia costruito (e distrutto) il suo mito più contemporaneo.
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Il libro di Gabriele Parpiglia: quando il gossip diventa indagine sociale
Parpiglia ricostruisce la genesi e l’ascesa del “brand Ferragnez”, dal primo servizio fotografico organizzato a Milano, al Palazzo Parigi, fino al punto di non ritorno: Sanremo, la beneficenza, la crisi, la spettacolarizzazione del dolore. Ma il merito del libro sta nel mostrare il contesto collettivo, non solo il dramma individuale: politica, moda, musica, finanza e costume si fondono in un unico ecosistema in cui ogni gesto privato diventa contenuto pubblico.
L’operazione è lucida e spietata: Parpiglia non si limita a raccontare il crollo di un mito, ma fotografa la fine di un modello culturale, quello che ha identificato la felicità con la visibilità. Chiara Ferragni come archetipo dell’influencer 1.0, Fedez come simbolo del marketing del dissenso, entrambi travolti dal meccanismo che li aveva resi iconici.
L’intervista che segue — realizzata nella redazione di Rumors.it a Milano — approfondisce le dinamiche e i non detti del libro, con uno sguardo disincantato su ciò che resta (o non resta) dell’epoca dei Ferragnez.
VIDEOINTERVISTA A GABRIELE PARPIGLIA
Gabriele, partiamo dall’inizio. Quando hai capito che quella tra Fedez e Chiara Ferragni non era solo una storia d’amore, ma un fenomeno mediatico?
Dal primissimo giorno. Fedez mi chiamò per organizzare una paparazzata al Palazzo Parigi di Milano, la loro prima uscita pubblica insieme. Da quella telefonata ho capito che stava nascendo qualcosa di esplosivo — nel bene e nel male. Loro erano perfetti per la macchina del consenso: la popstar e l’imprenditrice digitale, l’amore e il brand, il sentimento e la narrazione. Era una formula destinata a funzionare e, prima o poi, a esplodere.
Hai definito il libro “un’inchiesta”. Non è comune quando si parla di gossip.
Infatti, non è un libro di gossip. C’è anche quello, certo, ma solo perché è parte della cronaca. È un libro costruito come un’inchiesta giornalistica. Ho raccolto e ordinato otto anni di materiale: le prime uscite, le crisi, le persone coinvolte, fino alle amicizie finite male, ai legami pericolosi, al caso della beneficenza. Questa storia non riguarda solo una coppia: dentro ci sono la politica, la moda, la musica, la finanza e persino la cronaca nera. È un viaggio dentro una bolla mediatica che ha coinvolto tutti.
Quando la narrazione è diventata finzione? C’è stato un momento di svolta?
Sì, a Sanremo. Lì Instagram ha superato la televisione. Per la prima volta non era la TV a dettare i tempi, ma i social. Con l’arrivo di Chiara sul palco e tutto quello che ne è seguito, i social hanno “governato” Sanremo. Fedez aveva acquisito un potere mediatico enorme, capace perfino di trattare con la Rai per portare il suo podcast Muschio Selvaggio in una versione televisiva (n.d.r. “Muschio Selvaggio” è andato in onda su Rai 2 durante la settimana del Festival di Sanremo 2023, dal 7 all’11 febbraio.).
Poi è arrivato il cortocircuito. E come spesso accade, lui è stato perdonato, lei no. Una doppia morale che dice molto del nostro Paese.
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Parli spesso del ruolo dei media e del loro rapporto con il potere. Hanno costruito o distrutto i Ferragnez?
Entrambe le cose. I media li hanno portati in alto e poi li hanno divorati. Milano è la città in cui il sindaco Sala ha consegnato ai Ferragnez l’Ambrogino d’Oro, ma dopo lo scandalo nessuno ha chiesto di restituirlo. Io ho semplicemente posto la domanda pubblicamente e Fedez mi ha bloccato. Ecco il paradosso: chi si proclama paladino della libertà d’espressione è spesso il primo a censurare.
Nel libro accenni a parti “censurate”. Quanto pesa oggi il timore di urtare certi poteri?
Pesa molto. Alcune sezioni sono state tagliate perché toccavano personaggi o contratti ancora in corso. Ma non mi interessa edulcorare. Scrivere, per me, è l’unica forma di libertà che mi resta. Non m’importano la tv o le produzioni: finché avrò un muro su cui scrivere, sarò felice. Questo libro è la mia verità, anche se non è comoda.
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Nel testo scrivi di un “avanti Chiara” e un “dopo Chiara”. Cosa intendi?
Chiara Ferragni ha segnato la fine di un’epoca. Ha rappresentato la vetta e, insieme, il crollo dell’influencer come figura mitica. Dopo di lei, il mercato è cambiato: le aziende non puntano più sui big, ma sui micro-influencer. È finito il tempo del carisma indiscusso, del lusso convertito in massa. Oggi è tutto più frammentato, più effimero, più debole.
E per Fedez? Vale lo stesso discorso?
Anche per lui c’è un prima e un dopo. Prima era un artista, uno che faceva musica, riempiva i palazzetti, duettava con Gianna Nannini, con Mika, con J-Ax. Oggi resta solo il podcast. Ma ormai in Italia lo fanno tutti: oggi solo il cane che non ho non fa il podcast. È il rifugio di chi ha perso il palco, ma non il bisogno di esserci.
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Hai toccato anche il tema delicato dei figli e della sovraesposizione. È uno dei limiti più gravi del sistema social?
Assolutamente. Quando mostri i minori sui social, non puoi sapere chi guarda. Non ci sono solo fan. Ci sono anche persone con disturbi, e le immagini dei bambini finiscono ovunque, anche in ambienti pericolosi come il dark web. Esporre i figli è un errore, e lo fanno in tanti, non solo loro. È un problema etico, culturale e di sicurezza.
Cosa resta, dunque, dei Ferragnez e della loro epoca?
Resta una grande lezione. Non si può vivere di immagine all’infinito. I Ferragnez hanno rappresentato la favola di un Paese che si specchiava nel successo degli altri per non affrontare il proprio vuoto. Alla fine, però, non resta nulla: solo un archivio di post, qualche serie su Amazon e la nostalgia di un sogno che si è sgonfiato.
Il libro si chiude con una riflessione anche sul futuro del gossip. È davvero finito?
No, cambia forma. Il gossip non muore, si evolve. Il futuro è nella newsletter, come Substack. È lì che si fa ancora giornalismo, con il tempo e la libertà che la carta non ha più. È il modo per raccontare le storie vere, prima che diventino trending topic.
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