Non solo Ferragni

Chi è Fabio Maria Damato e perché è coinvolto nel Pandoro-gate insieme a Chiara Ferragni

L’ex direttore generale delle società Ferragni è accusato insieme all’imprenditrice di truffa aggravata. Oggi, nell’udienza predibattimentale, la Procura ha chiesto per entrambi un anno e otto mesi

di Filippo Piervittori | 25 Novembre 2025
Foto: instagram @fabiomariadamato

Per anni Fabio Maria Damato è stato la figura più influente dietro la costruzione e la gestione dell’impero Ferragni. In qualità di direttore generale, coordinava operazioni, campagne commerciali e strategie narrative per i progetti dell’influencer, diventando l’uomo che traduceva la sua immagine in una macchina imprenditoriale strutturata. Questa posizione apicale lo ha portato a essere coinvolto in pieno nel cosiddetto Pandoro-gate, la vicenda che da due anni domina il dibattito tra comunicazione, beneficenza e responsabilità degli influencer.

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L’udienza e la richiesta della Procura

Questa mattina, durante l’udienza predibattimentale presieduta dal giudice Ilio Mannucci Pacini, la Procura di Milano ha formalizzato la richiesta di condanna a un anno e otto mesi per Chiara Ferragni e per Damato, ritenuto il suo stretto collaboratore operativo durante le iniziative contestate. Le accuse includono non solo il caso Balocco legato al pandoro, ma anche quello delle uova pasquali Dolci Preziosi. Secondo il procuratore aggiunto Eugenio Fusco, la comunicazione avrebbe indotto i consumatori a credere che una parte del prezzo dei prodotti fosse destinata alla beneficenza, mentre la donazione non risultava incorporata nel costo d’acquisto. Tutti gli imputati hanno chiesto il rito abbreviato, che prevede una riduzione di un terzo della pena in caso di condanna.

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Chi è Fabio Maria Damato. La sua posizione nelle contestazioni della Procura

Nel quadro accusatorio, Damato è indicato come il professionista che supervisionava contenuti e comunicazioni delle campagne incriminate. Secondo la ricostruzione del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza, l’operazione commerciale avrebbe generato un vantaggio economico non dichiarato di circa 2,2 milioni di euro, e la narrazione benefica, approvata ai livelli più alti, avrebbe contribuito a rendere la comunicazione considerata ingannevole. La Procura ritiene che Damato, per ruolo e responsabilità, avesse il controllo necessario per intervenire sul messaggio diffuso ai follower e al pubblico.

La reazione dei protagonisti e i risarcimenti già versati

Chiara Ferragni era presente in aula, entrando in anticipo per evitare i fotografi, e ha preso la parola con dichiarazioni spontanee sostenendo che “tutto è stato fatto in buona fede, nessuno ha lucrato”. La difesa punta alla totale assoluzione, forte del fatto che Ferragni abbia già versato 3,4 milioni di euro in risarcimenti. Durante l’udienza, il giudice ha autorizzato l’associazione Casa dei consumatori a costituirsi parte civile. La posizione di Damato, più silenziosa e riservata, resta comunque centrale: il suo ruolo operativo è uno degli elementi su cui si giocherà la decisione finale nella prossima udienza, fissata per il 5 dicembre.

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Un caso che ridisegna i confini dell’influencer economy

La vicenda giudiziaria che coinvolge Ferragni e Damato va oltre la cronaca nera e tocca il tema più ampio della trasparenza nelle campagne solidali e della responsabilità di chi gestisce brand e comunicazione. Qualunque sarà l’esito, il caso segna un precedente importante per l’intero settore, ridefinendo il rapporto tra marketing, beneficenza e fiducia dei consumatori.

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