
Schermo nero. Un cigolio riempie lo spazio, ancor prima che a farlo sia una voce. Poi subentra un mormorio, un gemito: è su questa prima ambiguità che si apre “Cime Tempestose” di Emerald Fennell, sul crinale tra rapporto sessuale e tragedia. Già, perché quello che sembra il gracidare di un letto sotto il peso di due corpi è in realtà il suono di una corda stretta attorno al collo di un condannato a morte, pronto per l’impiccagione. Non è un caso che proprio un’esecuzione pubblica sia il luogo che unisce per la prima volta i due star crossed lovers, Catherine e Heatcliff, ancora bambini e perciò capaci di vedere l’Eros nel Thanatos, la pulsione di vita nel corpo morente: “guarda, ha un’erezione!”.
Cime tempestose: un period drama che non rinuncia al pop
Terzo film di Emerald Fennell, ormai regista di culto, “Cime Tempestose” segna il suo debutto nel genere period drama, spostando le lancette dell’orologio fino all’Ottocento inglese. Una scelta che ha fatto alzare più di un sopracciglio tra gli estimatori della regista, ormai affezionati all’ibridazione dramatic-pop delle sue forme – vi ricordate l’uso di Stars are blind di Paris Hilton in Promising Young Woman? -, che si chiedevano se questa scelta avrebbe segnato un’irrigidimento dello sguardo della Fennell. La risposta è, decisamente, no: il pop rimane stella fissa sul cammino della regista statunitense, che qui crea un vero e proprio concept film che lega al progetto visuale quello musicale, portato avanti da nientemeno che Charli xcx.

La regia di Emerald Fennell tra erotismo e inquietudine
Ma al di là dei corsi e ricorsi del film – come l’uso insistito di capelli, che dal titolo iniziale continua a riproporsi attraverso trecce, bambole e così via -, la regia di Fennell fa mostra di sé soprattutto nei momenti interstiziali, di passaggio, che condensano la narrazione in montaggi a ellisse.
È in questi momenti che le geometrie si fanno instabili, le distanze si accorciano, i corpi si deformano, i colori sudano: un uso espressionista dell’obbiettivo cinematografico, che finisce per appiattire e deformare gli spazi proprio come in una casa di bambole, come nel luogo fisico dove prima Linton – “l’uomo tranquillo” con cui Catherine convolerà a nozze per evitare di finire in miseria – e poi la sua protetta Isabella rinchiuderanno Catherine/Margot.

Margot Robbie incanta alla premiere di “Cime tempestose” con uno stile mozzafiato
Margot Robbie e Jacob Elordi: due presenze opposte
Esatto, perché si parla sempre di Catherine/Margot, e non solo di Catherine: il personaggio della Robbie non riesce mai del tutto a cancellare l’impronta divistica dell’attrice che l’interpreta, al punto che durante tutto il film è evidente che stiamo vedendo un corpo riempirne un altro. Ecco il significato di quelle virgolette beffarde messe a incorniciare il titolo, così come ecco spiegato il continuo ritorno al motivo della bambola: Margot Robbie, ormai Barbie per eccellenza, è una presenza volutamente “meta”, in una rincorsa continua con il riflesso della sua stessa aura.
Al contrario di Jacob, che è Heatcliff fino in fondo: Elordi si scioglie nella parte interpretata, in una maniera che rende ancora più evidente il gioco alla messinscena in cui è imbevuta Catherine.

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Cime Tempestose, un adattamento che divide ma seduce
Insomma, Emerald Fennell con il suo “Cime Tempestose” segna un ritorno a certe derive del suo cinema, con l’insistito pittorialismo di alcune inquadrature – messe lì con lo scopo di essere fermate, screenshottate e condivise su una board di Pinterest – così presente nel precedente Saltburn che torna anche qui a rivendicare il suo spazio, ma questa volta con riferimenti evidenti a grandi fotografi del Novecento (avete notato anche voi quell’inquadratura presa dritta dritta da Robert Anders?), quasi ad ampliare una mappatura del labirinto pop in cui è dolce perdersi, senza fili d’Arianna che tengano.
Un film che mescola eros e morte, culto dell’immagine e tragedia gotica, destinato a dividere il pubblico ma impossibile da ignorare. E che conferma una cosa: Fennell resta una delle autrici più riconoscibili e provocatorie del cinema contemporaneo.
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