
Dopo un breve passaggio a Venezia 82, la miniserie di Marco Bellocchio Portobello arriva finalmente sui piccoli schermi ,consegnata a noi attraverso i flutti dello streaming: da oggi, venerdì 20 febbraio, Portobello sarà infatti disponibile on demand sulla nuova piattaforma di HBO Max, la “casa” della grande serialità televisiva. Ad accompagnare Bellocchio un cast d’eccezione: Fabrizio Gifuni, Romana Maggiore Vergano, Barbara Bobulova, Alessandro Preziosi, Lino Musella e Carlotta Gamba.
Seconda incursione nel mondo della serialità per Bellocchio, che dopo Esterno Notte torna ad affrontare la storia italiana della seconda controversa metà del Novecento, Portobello riprende i temi cari al regista: la colpa, il potere, l’ingiustizia e il passato come un instancabile spettro che perseguita il nostro presente. Ve la presentiamo.
Portobello di Marco Bellocchio: di cosa parla
Italia, 1983: nella cornice di una maxi inchiesta per smantellare la Nuova Camorra Organizzata, Enzo Tortora, noto presentatore del programma RAI Portobello, viene accusato erroneamente di essere parte integrante del gruppo camorrista di Raffaele Cutolo, occupando addirittura la sessantesima posizione nella scala gerarchica. A muovere l’accusa è Giovanni Pandico, camorrista autoproclamatosi “dissociato”, che nutre per Tortora un odio viscerale fomentato dai suoi disturbi psichiatrici. Tortora verrà quindi detenuto per 7 mesi in carcere, nella cornice di una battaglia legale della durata di 3 anni, durante la quale la sua figura verrà crudelmente massacrata da giornalisti nonostante la completa assenza di prove.
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Enzo Tortora: la colpa dell’innocenza, l’innocenza della colpa
«Sono innocente, spero lo siate anche voi» questa la frase su cui si chiude la serie di Marco Bellocchio, ma potrebbe essere benissimo quella da cui prende avvio: un racconto che affonda la lama in una delle pagine più tragiche del giornalismo e del sistema giudiziario italiano, con l’inconfondibile lunarità che caratterizza tanto cinema di Bellocchio.
La realtà, per Bellocchio, non è mai realistica: si compone di tutte le percezioni che abbiamo di essa, secondo un’attenzione alla soggettività dell’individuo che però non risulta mai ombelicale. Ed ecco scene di squisito surrealismo – Valeria Marini che sfila fuori dal carcere, a cavallo di un elefante -, a restituire qualcosa che alle parole sfugge: l’intuizione, il sesto senso. E mentre si srotola la vicenda giudiziaria di Tortora – che, a ragione, viene definita a più riprese “surreale” -, vediamo un misterioso Pulcinella apparire e scomparire, uscendo di scena solo una volta che il suo segreto viene svelato.

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Il giornalismo, i media, il circo: Portobello e lo spettatore di oggi
Ma il segreto di pulcinella non viene svelato dai giornali – chiamati, in teoria, a ricercare la verità – o dai giudici – cui spetta il compito di stabilirla, la verità -, bensì da poche testimonianze di criminali orgogliosi (Vallanzasca) o donne impavide (Nadia), che permettono il venire alla luce dell’evidenza: non ci sono prove. «Inizio a pensare che quello che sembra evidente a noi non lo sia a loro» dice Raffaele, avvocato difensore di Tortora.
Mani sporche d’inchiostro, come una Lady Macbeth dei giorni nostri: nel tratteggiare il ritratto di Enzo Tortora, un uomo perbene, cultore dei buoni sentimenti, che non vuole fare la rivoluzione ma nella rivoluzione ci viene gettato a forza di calci e spintoni (e infatti a interpretare il personaggio del compagno di cella sovversivo c’è proprio Pier Giorgio Bellocchio, figlio del regista), Bellocchio ricostruisce tutto un sistema-spettacolo che fa della notizia non una verità, ma un’arma tanto affilata quanto impugnata maldestramente.

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Viaggio in Italia: Bellocchio attraverso lo stivale
Napoli, Roma, Bergamo e infine Milano: se la prima puntata si apre con un’idea di isolazionista capillarità, conchiusa negli studi televisivi RAI dove veniva messo in scena Portobello, che proprio in quegli anni batteva il record d’ascolti arrivando alla stratosferica cifra di 28 milioni di spettatori, le puntate successive all’arresto di Tortora si configurano come il suo perfetto opposto.
Un percorso attraverso l’Italia, più precisamente le carceri italiane, da Poggio Reale a Regina Coeli, fino al carcere di Bergamo e gli arresti domiciliari a Milano: una mappatura che segue pedissequamente il percorso di Tortora attraverso lo stivale, ma che funge anche da metafora visiva della diffusione di questo sistema-torchio che penetra nel cuore stesso della società italiana.
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Portobello e la rabbia di un uomo perbene
C’è chi dice che il surrealismo kafkiano sia lo sguardo che meglio descrive i nostri tempi iper-reali, e la vicenda di Enzo Tortora pare proprio uscita da un romanzo dello scrittore ceco: questa la conclusione cui sembra giungere Bellocchio, che gira Portobello come se fosse un episodio tratto dalla vita di Josef K. di Il processo, girando però l’obiettivo su quel loro che nel romanzo di Kafka rimane una nube indistinta.
In Portobello, invece, quel loro prende gradualmente forma: dai 28 milioni di spettatori -«sono solo un numero», dice Tortora/Gifuni – se ne distacca uno, il camorrista Pandico, che in preda alla paranoia persecutoria accusa Tortora di essere parte nella Nuova Camorra Organizzata, portando con sé mezza Italia alla volta di questa crociata reale, troppo reale. Ed ecco che dai salotti inizialmente tutti occhi si levano delle voci, dando forma a quel loro che prima era, come detto da Tortora, solo un numero.

La regia di Bellocchio: Maestro del cinema, Maestro delle serie
Dal punto di vista della regia, man mano che la serie prosegue si fanno più pressanti le ellissi temporali: Bellocchio usa la dissolvenza a nero con insistenza negli ultimi due episodi, come ad affidare al tempo un senso di stanchezza. Un continuo assopirsi seguito da vani tentativi di risvegliarsi: d’altronde, lo dice Tortora stesso «il mio è un incubo dal quale non c’è risveglio».
La regia si fa quindi empatica, gravando il corpo di Gifuni/Tortora di un senso del tempo che gli sta gradualmente venendo strappato. I fatti sono troppi per essere registrati, sembra dirci Bellocchio, spostando l’attenzione non tanto su ciò che accade davanti alla macchina da presa, ma sugli interstizi, restituendo una frammentarietà del processo giuridico completamente dimentico dell’umanità dell’imputato quale corpo soggetto alle sevizie del passare degli anni. Un’umanità che Gifuni/Tortora invoca a più riprese, nel suo scagliarsi contro i media, i giudici, i camorristi.
Ma anche contro gli spettatori, impassibili di fronte allo sgretolarsi di un corpo, oltre che di un’immagine. «Non mi riesce più di giocare», afferma Tortora per bocca di Gifuni. E tutto tace.
















