
Da ballerino di danza hip-hop ad allenatore olimpico, fino a ideatore e patron del progetto “Breaking The Walls”, finanziato dall’Unione Europea, Enrico Signa, originario di Alba, capitale delle Langhe, porta avanti una visione chiara: offrire ai giovani uno spazio autentico di crescita attraverso la danza hip-hop breaking. Un percorso che mira a sviluppare maturazione emotiva, consapevolezza e capacità relazionali, grazie a workshop ed eventi realizzati in tre Paesi europei: Italia, Portogallo e Slovacchia.
In un’epoca in cui tutti sembrano costantemente connessi allo smartphone e impegnati a coltivare immagini all’apparenza perfette sui social media, emerge in modo sempre più evidente l’incapacità dei giovani di costruire relazioni autentiche e di gestire le proprie emozioni. Breaking The Walls nasce proprio per rispondere a questa fragilità, attraverso sessioni e workshop che uniscono il mental training alla pratica della danza hip-hop, in un approccio ispirato alla Dance Movement Therapy, una disciplina sempre più studiata in ambito psicologico.
In questo contesto si inserisce anche ALBAttle, l’evento organizzato dall’Associazione BE-STREET, di cui Enrico è Direttore Artistico, in programma dal 19 al 22 marzo al Palazzetto Mostre e Congressi Giacomo Morra. Ormai punto di riferimento per il territorio, l’evento si apre oggi a una dimensione sempre più internazionale grazie al progetto Breaking The Walls. Abbiamo incontrato Enrico per farci raccontare questa iniziativa e il suo percorso artistico.
Hai iniziato il tuo percorso come ballerino prima di diventare direttore artistico dell’associazione culturale BE – STREET. Potresti raccontarci qualcosa in più? Com’è avvenuta questa transizione?
“È stato un percorso lungo e intenso, ricco di esperienze, arricchito anche da lunghi periodi vissuti all’estero, come negli USA. Da quando ho iniziato a ballare a metà degli anni ’90, mi sono sempre concentrato a fare quante più esperienze possibili, esplorando tutti gli scenari: dalle gare al teatro, dalla televisione alle lezioni di danza, dall’animazione nei villaggi turistici fino all’organizzazione di eventi e manifestazioni. Il mio coinvolgimento nell’associazione Be-Street è nato in modo naturale, attraverso momenti condivisi e progetti costruiti insieme, capaci di generare proposte nuove e originali, senza mai perdere il focus sul movimento culturale hip-hop e sulle sue radici: il dialogo tra discipline artistiche performative, visive e sportive, anche quando sembrano lontane tra loro. È proprio questo che ci permette, dopo oltre 50 anni, di essere ancora l’unica vera arte contemporanea capace di fondere tradizione e innovazione, come ha fatto Bad Bunny nel suo show al Super Bowl di quest’anno, o Ghali nella sua performance alla Cerimonia d’Apertura delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina.”

Be-Street è cresciuta da una realtà locale fino a diventare un’organizzazione con progetti europei. Quali valori e quale visione hanno guidato questa crescita?
“Questa crescita è stata guidata dall’idea di non sminuire, né idealizzare eccessivamente, il luogo da cui si proviene, ma rimanere umili e moderati: c’è sempre qualcosa da imparare, sia dal proprio vicino di casa sia da una cultura lontana. Saper ascoltare l’altro e dialogare in modo autentico e attivo è il valore che ci permette di costruire progetti sempre nuovi e concreti, capaci di coinvolgere davvero il tessuto sociale, sia qui che all’estero.”
Con Breaking The Walls unisci breaking e salute mentale attraverso la Dance Movement Therapy. Da dove nasce questa idea?
“Questa idea nasce da un’osservazione legata al mio percorso artistico personale, che ha trovato una conferma definitiva negli ultimi sette anni, da quando il Breaking è diventato sport olimpico e io sono diventato tecnico e allenatore CIO–WDSF. È noto che raggiungere certi obiettivi nella vita non richiede solo impegno, allenamento fisico e pratica costante, ma anche un percorso interiore fatto di consapevolezza di sé, gestione delle emozioni e crescita nei comportamenti sociali.
La breakdance, e in realtà tutto il movimento culturale hip-hop, ha sempre utilizzato, spesso senza dichiararlo apertamente, le arti visive, performative e sportive come strumenti per attivare un processo interiore: un lavoro profondo sull’ascolto di sé, necessario per potersi relazionare agli altri e sentirsi parte del tessuto sociale.
Seguendo da vicino il percorso di preparazione olimpica degli atleti di Breaking, ho notato quella che definirei una “follia ordinaria”: ballerini e atleti capaci di fare cose straordinarie sul palco, ma che provano timore, vergogna o paura anche solo nel prendere il telefono e chiamare una pizzeria per prenotare un tavolo a cena. Anche nel nostro movimento culturale si è insinuata una delle grandi contraddizioni della società moderna: essere campioni dell’immagine esterna, ma principianti nella vita sociale e interiore.”
Ora ALBAttle si svolgerà presto ad Alba, in Italia, e dopo diverse edizioni non è più solo un punto di riferimento italiano, ma anche internazionale. Cosa rappresenta per te?
“ALBAttle rappresenta il vero incontro tra il territorio e una cultura che, solo in apparenza, sembra lontana da queste splendide colline: il linguaggio delle nuove generazioni. Siamo il risultato di ciò che mangiamo, di ciò che beviamo e delle esperienze sociali che viviamo nei luoghi in cui cresciamo, e in ALBAttle abbiamo fuso tutto questo in un’unica visione.
Un esempio concreto sono i premi delle categorie Under 16: premiamo il vincitore, ma consegniamo un riconoscimento costituito da prodotti enogastronomici locali anche ai genitori, per ricordare che, per costruire un presente e un futuro solidi, non bisogna mai dimenticare ciò che c’è stato prima. Come un “8” infinito che si chiude su se stesso, passato, presente e futuro non smettono mai di dialogare tra loro.”

Per concludere. Spesso sentiamo opinioni negative sulle nuove generazioni, considerate perse tra le distrazioni dei social media e spesso distaccate dalle relazioni e dalle passioni autentiche. Tu credi ancora nella Gen Z? Guardi al futuro con ottimismo?
“Sì, la Gen Z è il nostro futuro e dobbiamo davvero credere in loro, imparare ad ascoltarli e a dialogare con loro. I ragazzi e le ragazze della Gen Z non sono altro che il nostro specchio: in loro, noi adulti, vediamo riflessi i nostri pregi e i nostri difetti. Se noi per primi siamo capaci di essere positivi, aperti e ottimisti, questo si rifletterà inevitabilmente anche in loro, nel futuro che stanno costruendo.”











