Il commento

Sanremo 2026 parte tra nostalgia, lacrime e una “Repupplica” di troppo

La Rai inciampa su una grafica dopo un anno di preparazione, Yaman esagera con la camicia aperta e la sala stampa premia una cinquina “random”

di Filippo Piervittori | 25 Febbraio 2026
Foto: Virginia Bettoja

La prima serata di Sanremo 2026 è stata un esercizio di equilibrio: tra memoria e presente, tra liturgia e leggerezza, tra perfezione industriale e inciampo umano. Cinque ore di diretta che hanno ribadito una verità semplice: il Festival non è solo una gara canora, è uno specchio nazionale. E come tutti gli specchi, riflette anche le piccole crepe.

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L’apertura con la voce di Pippo Baudo è stata una dichiarazione d’identità. Carlo Conti sceglie la strada più sicura e più potente: ricordare chi ha costruito il mito. L’omaggio a Vessicchio, gli applausi lunghi, il tono quasi solenne. È un inizio che rassicura e compatta, perché Sanremo vive di continuità prima ancora che di innovazione.

In quei minuti l’Ariston smette di essere solo un palcoscenico televisivo e torna a essere un luogo simbolico. La nostalgia non è debolezza, è una strategia. È il modo con cui il Festival si ancora alla sua storia prima di affrontare l’inevitabile giudizio del presente.

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E poi, nel momento più istituzionale, arriva la scivolata. Sul ledwall compare “Repupplica”. Una parola sbagliata durante il ricordo del voto alle donne. Non un errore da backstage, ma una grafica in onda in prima serata.

Qui il paradosso diventa evidente. La Rai lavora praticamente tutto l’anno per Sanremo. Centinaia di persone impegnate nella parte tecnica, revisioni continue, investimenti importanti, prove su prove. Migliaia di euro per garantire un evento impeccabile. E ancora si riesce a sbagliare una grafica da mandare in onda.

Non è una tragedia, ma è un segnale. Sanremo è la macchina più oliata della televisione italiana e proprio per questo l’errore risalta come una crepa su un marmo lucidato. Sui social è diventato immediatamente virale. Perché in un Festival che punta alla perfezione, una “b” fuori posto diventa racconto.

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Foto: Virginia Bettoja

Pausini promossa nella prima serata del Festival: conduce, non invade

Laura Pausini fa la scelta più intelligente possibile: non canta, conduce. In una serata in cui si esibiscono tutti e trenta i Big, evita l’autocelebrazione e si mette al servizio dello show. È una mossa che smonta i detrattori e sorprende per misura.

La sua presenza è elegante, ironica quanto basta, mai ingombrante. Tiene il ritmo accanto a Carlo Conti senza cercare di rubare la scena. In un Festival dove spesso l’ego è protagonista, la sottrazione diventa una forma di stile.

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Can Yaman è sicuro, disinvolto, persino linguisticamente impeccabile. Ma la camicia aperta e il petto semi-villoso in prima serata se li poteva anche risparmiare. Non è moralismo, è contesto.

L’Ariston non è una spiaggia di Bodrum né una campagna promozionale estiva. È un palco generalista, familiare, trasversale. Il fascino non si misura in centimetri di tessuto. Anzi, il vero carisma spesso sta nel suggerire, non nel mostrare.

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Foto: Virginia Bettoja

Lacrime, amarcord e una top five “random”

Serena Brancale si commuove, Tiziano Ferro emoziona, l’Ariston si alza in piedi. Sanremo 2026 sceglie l’emozione come cifra narrativa. È una prima serata che punta più alla tenuta emotiva che allo shock.

E poi la top five “random”: Brancale, Arisa, Fulminacci, Ditonellapiaga, Fedez & Masini. Nessun ordine, nessuna gerarchia dichiarata. È quasi un messaggio: non cercate il vincitore la prima sera, cercate l’atmosfera. Il Festival non promette rivoluzioni, promette equilibrio. Tradizione e pop, standing ovation e refusi, lacrime e meme. Imperfetto, enorme, inevitabile. Sanremo è tornato.

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