Il paradosso dello Strega

Michele Mari vince il Premio Strega, ma il romanzo non è mai stato il protagonista

Michele Mari vince l’80ª edizione del Premio Strega con I convitati di pietra, ma la vera riflessione riguarda il nostro modo di raccontare la cultura. Tra polemiche, processi mediatici e dibattiti sul corpo di Michela Murgia, la domanda resta una: perché oggi parliamo più degli scrittori che degli scritti?

di Naomi Lanciano | 11 Luglio 2026
Matteo Nardone/ipa-agency.net

Alla fine ha vinto lui. Michele Mari, con I convitati di pietra (Einaudi), ha conquistato l’ottantesima edizione del Premio Strega davanti a Matteo Nucci, Bianca Pitzorno, Alcide Pierantozzi, Teresa Ciabatti ed Elena Rui. Una vittoria che molti avevano previsto, arrivata al termine di un’edizione che avrebbe dovuto celebrare gli ottant’anni del riconoscimento letterario più prestigioso d’Italia e riportare al centro la forza della narrativa contemporanea. E invece, a poche ore dalla proclamazione, la sensazione è un’altra: che ancora una volta i libri siano rimasti sullo sfondo, mentre a occupare tutta la scena siano stati gli scrittori, le polemiche e il rumore che inevitabilmente li accompagna.

La domanda, allora, non è se Michele Mari meritasse o meno di vincere. La domanda è molto più scomoda. Di questa edizione del Premio Strega, fra cinque anni, cosa ricorderemo davvero? Ricorderemo I convitati di pietra? Ricorderemo la sestina finalista, le loro storie, le loro scritture? Oppure ci torneranno subito in mente una navetta, alcuni messaggi vocali, le polemiche, i commenti e l’ennesimo processo pubblico consumato tra giornali, social network e prese di posizione? Perché, se la risposta dovesse essere la seconda, forse il problema non riguarda Michele Mari. Riguarda tutti noi e il modo in cui oggi consumiamo la cultura.

Foto: Matteo Nardone/ipa-agency.net

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Il Premio Strega e la polemica che ha divorato i romanzi

È impossibile raccontare questa edizione senza ricordare quanto accaduto nelle settimane precedenti alla finale. Tutto nasce da una conversazione privata avvenuta durante un trasferimento in navetta tra alcuni finalisti. Al centro della vicenda, le presunte parole pronunciate da Michele Mari nei confronti di Michela Murgia, poi finite al centro del dibattito pubblico. Da lì è iniziata una spirale ormai fin troppo familiare: indiscrezioni, ricostruzioni, articoli, commenti, schieramenti, indignazione, richieste di presa di posizione. Il romanzo è sparito. Lo scrittore è diventato la notizia.

Non si tratta di minimizzare quanto accaduto. Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono attribuite a una figura pubblica. Ma c’è qualcosa che colpisce ancora di più. Nel giro di pochi giorni abbiamo saputo tutto della polemica e quasi nulla dei libri. Si è discusso della navetta molto più di quanto si sia discusso della letteratura. È come se il Premio Strega fosse diventato il contenitore di un dibattito che con i romanzi aveva ormai poco a che fare.

Ed è qui che emerge il vero paradosso. Quanti, dopo settimane di articoli, saprebbero raccontare davvero la trama de I convitati di pietra? Quanti conoscono quella de Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, di Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci o de La sonnambula di Bianca Pitzorno? Probabilmente molti meno di quanti ricordino perfettamente cosa sarebbe accaduto durante quel viaggio in navetta. È una sproporzione che dovrebbe far riflettere. Perché un premio letterario dovrebbe produrre dibattito sui libri, non trasformare i libri nel semplice sfondo di un’altra storia.

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Oggi raccontiamo più gli scrittori che gli scritti

Forse il punto è proprio questo. Per anni gli scrittori sono stati figure quasi invisibili. Li conoscevamo attraverso le loro pagine, non attraverso la loro quotidianità. Erano presenze lontane, quasi misteriose. Vivevano dentro i loro libri e lì rimanevano. Oggi tutto questo sembra appartenere a un’altra epoca.

Lo scrittore contemporaneo è chiamato a essere molto più di un autore. Deve raccontarsi, costruire una presenza pubblica, partecipare ai festival, ai podcast, ai dibattiti, commentare l’attualità, essere presente, visibile, riconoscibile. Non c’è nulla di sbagliato in questa trasformazione. È il tempo in cui viviamo. Il problema nasce quando il personaggio finisce per divorare l’opera e quando l’identità pubblica dell’autore diventa più interessante del libro che ha scritto.

In fondo è quello che succede ormai in quasi tutti gli ambiti culturali. La persona prevale sull’opera. La biografia prende il posto della bibliografia. La polemica genera più attenzione di un capitolo ben scritto. E così anche il Premio Strega rischia di assomigliare sempre meno a una festa della letteratura e sempre più a un grande racconto mediatico nel quale i romanzi finiscono per essere soltanto uno degli elementi della narrazione.

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Michela Murgia
Foto: Instagram @michelamurgia

Michela Murgia e il paradosso del corpo

C’è poi un altro aspetto che merita una riflessione, ed è forse quello che lascia più amaro in bocca. Nel tentativo di difendere Michela Murgia, il dibattito pubblico è tornato ancora una volta sul suo corpo. Si è letto e ascoltato che fosse una donna bellissima, quasi che quella fosse la risposta più efficace a un insulto rivolto al suo aspetto fisico. Ma davvero è questa la prima cosa che dovrebbe venire in mente parlando di Michela Murgia?

Stiamo parlando di una delle intellettuali più influenti degli ultimi decenni, di una scrittrice che ha attraversato il dibattito culturale italiano con un pensiero originale, spesso divisivo, sempre rigoroso. Una donna capace di cambiare il linguaggio pubblico, di aprire discussioni, di mettere in crisi convinzioni consolidate. Eppure, perfino nel tentativo di difenderla, siamo finiti ancora una volta a parlare del suo corpo.

È un cortocircuito che racconta molto del nostro tempo. Perché persino quando proviamo a smontare una narrazione che riduce una donna al suo aspetto fisico, finiamo inconsapevolmente per restare intrappolati nella stessa logica. Forse il modo migliore per ricordare Michela Murgia sarebbe stato molto più semplice: parlare dei suoi libri, del suo pensiero, delle sue idee. Ricordare ciò che ha lasciato, non soltanto ciò che qualcuno avrebbe detto di lei.

Michela Murgia
Foto: DUILIO PIAGGESI / ipa-agency.net

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La cultura ha bisogno di meno rumore e più letteratura

Forse è questa la riflessione più importante che lascia il Premio Strega 2026. Non riguarda Michele Mari, né Michela Murgia. Riguarda noi. Riguarda il modo in cui abbiamo imparato a raccontare la cultura, trasformandola sempre più spesso in cronaca, in spettacolo, in tifoseria.
La letteratura, però, vive secondo regole diverse. Un romanzo chiede tempo, silenzio, concentrazione. Una polemica vive di velocità, semplificazioni e schieramenti. Sono due linguaggi incompatibili, eppure continuiamo a costringerli a convivere nello stesso spazio.

Alla fine Michele Mari ha vinto il Premio Strega. È una notizia importante, perché riguarda uno degli autori più significativi della narrativa italiana contemporanea. Ma sarebbe un peccato se questa vittoria venisse ricordata soprattutto per ciò che è accaduto fuori dalle pagine. Sarebbe un peccato se, ancora una volta, gli scrittori finissero per essere più letti dei loro libri.

Forse il vero interrogativo che questa edizione ci consegna è proprio questo: siamo ancora capaci di discutere di letteratura senza trasformare ogni autore in una celebrity e ogni polemica in un evento mediatico? Perché se continuiamo a parlare degli scrittori più che degli scritti, il rischio è che i romanzi diventino soltanto un pretesto. E allora sì, la vera sconfitta non sarebbe di Michele Mari, né degli altri finalisti. Sarebbe della letteratura stessa.

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Foto: pexels
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