Christopher Nolan ha realizzato un grande film, ma non necessariamente una trasposizione pienamente fedele dell’Odissea. La sua è un’opera potente, visivamente monumentale e psicologicamente stratificata, destinata con ogni probabilità a lasciare un segno nella storia del cinema. Nolan riesce a cogliere molti dei temi profondi del poema omerico e a restituire tutta la complessità del suo protagonista, pur concedendosi libertà narrative e interpretative che, in alcuni momenti, lo allontanano dal racconto originale.
Nolan ha comunque compiuto un’impresa che, già sulla carta, sembrava quasi impossibile: portare l’Odissea sul grande schermo senza perdere completamente lo spettatore lungo il viaggio. Parliamoci chiaro: raccontare il poema di Omero significa confrontarsi con una delle narrazioni più vaste, complesse e articolate della cultura occidentale.
Ulisse manca da Itaca per vent’anni. Dieci vengono trascorsi combattendo nella guerra di Troia, alla quale prende parte lasciando la moglie Penelope e il figlio Telemaco. Altri dieci sono necessari per riuscire a tornare a casa. Un arco temporale lunghissimo, attraversato da naufragi, mostri, divinità, tentazioni, perdite, errori e continue trasformazioni del personaggio.
Non si tratta soltanto di mettere in scena una successione di avventure. L’Odissea è il racconto di un uomo che cambia mentre cerca di tornare nel luogo dal quale è partito. È una storia sul tempo, sulla memoria, sull’identità e sulla distanza che progressivamente si crea tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.
Anche la struttura scelta da Omero è tutt’altro che lineare. Gran parte delle avventure di Ulisse viene ricostruita attraverso un lunghissimo racconto retrospettivo: giunto alla corte dei Feaci, durante un banchetto l’eroe ripercorre le vicende vissute dopo la caduta di Troia. Saranno proprio i Feaci, dopo aver ascoltato la sua storia, a offrirgli l’imbarcazione con la quale potrà finalmente raggiungere Itaca.
Nolan riesce a reinterpretare questo espediente narrativo attraverso uno dei territori che gli sono più congeniali: la memoria. Non una memoria perfettamente ordinata, ma una materia instabile, frammentaria, talvolta ingannevole. Un luogo interiore nel quale passato e presente si sovrappongono, costringendo il protagonista a ricostruire non soltanto ciò che è accaduto, ma anche la persona che è diventato.
Un Ulisse diverso dall’eroe omerico
Nel film, Ulisse ricorda e ricostruisce il proprio viaggio a partire dalla permanenza presso la ninfa Calipso, interpretata da una magnetica Charlize Theron. La memoria dell’eroe appare annebbiata e il richiamo del ritorno progressivamente indebolito. Dopo sette anni trascorsi sull’isola, però, qualcosa si risveglia: Ulisse comprende di essere finalmente pronto a lasciare Calipso e a riprendere il cammino verso Itaca.
Nolan ci restituisce così un’immagine nuova dell’eroe greco. Non soltanto l’uomo dal “multiforme ingegno” della tradizione omerica, capace di adattarsi alle circostanze e di salvarsi grazie all’intelligenza, né esclusivamente il simbolo della curiosità pericolosa consegnatoci da Dante.
Quello di Nolan è un uomo furbo, scaltro, inquieto e affamato di conoscenza. Vuole vedere, conoscere, vivere, sperimentare. Vuole spingersi oltre i confini imposti agli altri uomini, anche quando questo significa mettere in pericolo chi ha scelto di seguirlo. È un uomo profondamente imperfetto e, in alcuni momenti, anche egoista.
All’inizio del viaggio sembra quasi disposto a sacrificare i compagni in nome di un bene superiore o di una missione che soltanto lui ritiene di comprendere fino in fondo. La sua leadership è fondata sull’intelligenza, sul carisma e sulla capacità di trovare una via d’uscita, ma anche sulla convinzione che le sue decisioni siano inevitabilmente quelle giuste. È proprio questa sicurezza a diventare progressivamente il centro della sua crisi. Ulisse comincia a comprendere che non tutte le perdite possono essere considerate un prezzo necessario e che non ogni sacrificio compiuto in suo nome può essere giustificato dal risultato finale. Dietro le grandi imprese destinate a essere ricordate esistono vite individuali, nomi, paure e famiglie che la Storia tende spesso a cancellare.
L’incontro con la maga Circe e la discesa nel regno dei morti per interrogare l’indovino Tiresia diventano allora passaggi cruciali nella crescita del personaggio. Non sono soltanto due episodi spettacolari del viaggio, ma due momenti nei quali Ulisse è costretto a confrontarsi con il limite, con la morte e con le conseguenze delle proprie decisioni. Attraverso Tiresia, l’eroe conosce il proprio destino e comprende che il ritorno non sarà una semplice ricompensa dopo anni di sofferenza. Tornare significa anche affrontare ciò che le proprie azioni hanno provocato, accettare il peso delle perdite e riconoscere che l’intelligenza non è sempre sufficiente a sottrarsi alle conseguenze.
Ulisse acquista così una visione più completa dell’esistenza e una nuova consapevolezza delle proprie responsabilità. È quasi un figlio prodigo che, dopo essersi allontanato e aver inseguito tutto ciò che il mondo poteva offrirgli, comincia finalmente a capire che cosa conti davvero.
La casa, la famiglia, l’appartenenza, la possibilità di ritrovare ciò che aveva dato per scontato. Il ritorno a Itaca smette di essere soltanto una destinazione geografica e diventa un bisogno interiore. Ulisse non desidera più tornare esclusivamente perché quello è il compito che gli è stato assegnato, ma perché comprende finalmente il valore di ciò che ha lasciato.
Dopo aver conosciuto il proprio destino, cerca in ogni modo di salvare i suoi uomini. Ma il fato può essere modificato? La risposta suggerita dal film sembra essere negativa. Nessuno può fuggire davvero da sé stesso e le conseguenze delle proprie azioni, prima o poi, chiedono sempre di essere affrontate.
Non basta cambiare intenzioni per cancellare ciò che è già stato compiuto. Non basta diventare un uomo migliore per restituire la vita a chi è stato sacrificato lungo il cammino. Ed è forse proprio questa consapevolezza a rendere l’Ulisse di Nolan più contemporaneo: non un eroe che trionfa semplicemente sulle avversità, ma un uomo costretto a vivere con il peso della propria storia.

Tornare significa fare i conti con ciò che resta
Il ritorno a Itaca non rappresenta soltanto la conclusione del viaggio, ma l’ultima e forse più difficile delle prove. Ulisse non può presentarsi semplicemente alla porta del proprio palazzo e reclamare ciò che gli apparteneva vent’anni prima. Deve nascondersi, osservare, comprendere che cosa sia accaduto durante la sua assenza e misurare la distanza tra la casa che ricordava e quella che ritrova.
Il consiglio di rientrare attraverso una via secondaria assume quasi un valore simbolico. Dopo vent’anni non si torna semplicemente a casa: si entra in un luogo che ha continuato a esistere senza di noi. Un luogo abitato da persone che hanno dovuto imparare a sopravvivere alla nostra assenza e che non sono rimaste immobili ad aspettare. Nolan affronta così una verità dolorosa: ciò che viene trascurato rischia di diventare di qualcun altro. Non perché possa essere realmente sottratto sul piano affettivo, ma perché il tempo trasforma i rapporti, modifica gli equilibri e riempie gli spazi lasciati vuoti.
Ulisse deve riconquistare il proprio regno, la propria famiglia e persino la propria identità. Non gli basta essere il re che era partito per Troia. Non gli basta il ricordo delle imprese compiute e neppure la fama costruita nel corso degli anni. La stima conquistata in passato non può cancellare gli errori commessi né restituirgli automaticamente il posto che aveva abbandonato.
È in questa analisi psicologica che Nolan dimostra ancora una volta la propria grandezza. Da Memento a Inception, il regista ha sempre esplorato la memoria, la colpa, l’identità e i labirinti della mente umana. I suoi personaggi sono spesso uomini ossessionati da una missione, convinti di poter controllare la realtà attraverso l’intelligenza, fino al momento in cui devono fare i conti con ciò che hanno rimosso.
Con The Odyssey, Nolan trasferisce questa ricerca nell’Età del Bronzo. Cambiano gli scenari, le armi, le divinità e le forme del potere, ma non cambia la natura umana. I secoli passano, la Storia evolve e gli uomini indossano vesti differenti, ma continuano a essere mossi dalle stesse paure, dagli stessi desideri e dalla stessa illusione di poter dominare completamente le conseguenze delle proprie azioni.
È questo il terreno nel quale il film raggiunge i suoi risultati migliori. Nolan non utilizza il mito soltanto per raccontare un’avventura grandiosa, ma per interrogarsi sull’uomo dentro la Storia: sull’individuo che compie imprese destinate a essere ricordate, mentre le persone sacrificate lungo il percorso rischiano di essere dimenticate.
Il problema della fedeltà a Omero
C’è però un “ma”. Anzi, più di uno.
Il problema non è che Nolan abbia scelto di reinterpretare il poema. Ogni adattamento comporta inevitabilmente tagli, spostamenti, fusioni di personaggi e libertà narrative. Un’opera cinematografica non può e non deve limitarsi a illustrare fedelmente ogni pagina del testo dal quale è tratta.
La libertà del regista è non soltanto legittima, ma necessaria. Il cinema possiede tempi, strumenti e linguaggi differenti rispetto alla poesia epica. Pretendere una trasposizione letterale dell’Odissea sarebbe irrealistico. La questione nasce quando le aspettative costruite attorno al film e l’insistenza sul rapporto con il poema suggeriscono un livello di fedeltà che, nella pratica, non viene completamente rispettato. Tutti potevamo aspettarci che venissero selezionati soltanto alcuni episodi del viaggio di Ulisse. Le avventure sono troppe per essere condensate integralmente in un solo film, per quanto lungo e ambizioso. Ci si poteva però aspettare una maggiore attenzione verso alcuni passaggi fondamentali, non soltanto perché celebri, ma perché indispensabili per comprendere l’identità dell’eroe.
Che fine ha fatto, ad esempio, il celebre inganno del nome “Nessuno” nell’episodio di Polifemo? Non si tratta semplicemente di una battuta entrata nell’immaginario collettivo. È uno dei momenti nei quali emerge in maniera più evidente la natura di Ulisse: la capacità di vincere un nemico fisicamente superiore attraverso l’intelligenza, il linguaggio e la manipolazione.
L’ eroe riesce a trasformare le parole in un’arma. Eliminare o ridimensionare questo passaggio significa sottrarre qualcosa alla costruzione stessa del personaggio, soprattutto in un film che vuole mettere al centro la sua mente.
Allo stesso modo, dove si trova Hermes, il dio che offre a Ulisse la moly, l’erba magica necessaria per resistere all’incantesimo di Circe? La sua assenza non rappresenta soltanto il taglio di una figura secondaria. Nell’Odissea gli dèi intervengono costantemente nella vita degli uomini, aiutandoli, ostacolandoli e ricordando loro che il destino umano è sempre inserito in un ordine più grande.
Anche la permanenza sull’isola di Eea viene profondamente ridimensionata. Dopo aver riacquistato le proprie sembianze umane, i compagni di Ulisse non ripartono immediatamente: restano presso Circe per un lungo periodo, in un clima di pace e sospensione. Una pausa nel viaggio che contribuisce a rendere ancora più complesso il rapporto tra il desiderio di tornare e la tentazione di fermarsi.
Nel film, alcuni di questi passaggi sembrano invece accelerati o piegati alle esigenze della trasformazione psicologica immaginata da Nolan. È una scelta coerente con la sua visione, ma non necessariamente con quella di Omero.
Anche i Lestrigoni sembrano provenire più da un moderno universo fantasy che dal mondo inquietante e sacrale dell’epica. La loro rappresentazione possiede certamente una forza spettacolare, ma finisce per avvicinare il film ai codici visivi del blockbuster contemporaneo.
Agamennone, invece, perde parte della propria credibilità archeologica dietro un’armatura spettacolare, destinata certamente a imprimersi nella memoria dello spettatore, ma probabilmente molto distante da ciò che possiamo associare alla cultura materiale dell’Età del Bronzo.
È un problema? Dipende da ciò che si cerca nel film. Se l’obiettivo è costruire un’immagine grandiosa e immediatamente riconoscibile, la scelta funziona. Se invece si rivendica un legame particolarmente stretto con il mondo omerico e con la sua epoca, la spettacolarizzazione rischia di entrare in contraddizione con le premesse.
Un grande film, ma non un sostituto del poema
Vale dunque la pena vedere The Odyssey? Assolutamente sì.
Il film merita di essere visto anche soltanto per l’impresa cinematografica compiuta da Nolan, per la maestosità della messa in scena e per la capacità di condensare un materiale narrativo immenso in un unico progetto interpretato da un cast stellare.
È un’opera ambiziosa, intelligente e tecnicamente impressionante. Nolan conferma ancora una volta di essere un regista capace di raccontare storie estremamente complesse senza rinunciare allo spettacolo. Riesce a trasformare un poema antico in una riflessione contemporanea sulla memoria, sulla colpa, sul destino, sulla responsabilità e sul significato del ritorno. È una pellicola che probabilmente rimarrà nella storia del cinema. Ma non bisogna commettere l’errore di pensare che basti guardarla per conoscere davvero il racconto omerico.
Un film è necessariamente incompleto, soprattutto quando cerca di contenere un’opera tanto vasta. In questo caso, però, non assistiamo soltanto all’eliminazione di alcuni episodi. Vengono modificati o ridimensionati dettagli fondamentali, capaci di definire il carattere di Ulisse, il ruolo degli dèi e il significato stesso del viaggio.
Quella che vediamo non è semplicemente l’Odissea di Omero portata sul grande schermo. È l’Odissea secondo Christopher Nolan. Una versione personale, potente e profondamente coerente con il cinema del regista, nella quale il mito diventa il terreno per esplorare ancora una volta la mente umana.
Nolan comprende perfettamente l’uomo Ulisse: la sua fame di conoscenza, l’egoismo, il carisma, la colpa e la necessità di tornare. Ma proprio nel tentativo di renderlo contemporaneo finisce talvolta per allontanarlo dall’eroe omerico.
L’uomo dal multiforme ingegno, fragile e contraddittorio, si trasforma così in alcuni momenti nell’invincibile protagonista hollywoodiano, capace di attraversare mostri, guerre e catastrofi con una forza che appartiene più al cinema epico contemporaneo che alla poesia di Omero.
The Odyssey è quindi un grande film. Un film da vedere, discutere e probabilmente rivedere. Ma è anche un’opera che conquista e tradisce il suo modello nello stesso momento. Nolan porta Omero nel proprio universo, lo attraversa, lo smonta e lo ricostruisce secondo le proprie regole. Il risultato è grandioso, affascinante e imperfetto.
Grande cinema, certamente. Ma poca Odissea.









