C’è un punto, nella lunga requisitoria di Selvaggia Lucarelli contro Sigfrido Ranucci, che va oltre simpatie, antipatie e appartenenze: chi controlla il controllore? Per anni attorno al volto di Report si è consolidata un’immagine quasi granitica, quella del giornalista d’inchiesta che sfida poteri, pressioni e nemici senza arretrare. Un racconto certamente alimentato dal lavoro e dalle battaglie della trasmissione, ma che rischia di diventare problematico nel momento in cui il giornalista finisce per coincidere con il programma e ogni critica alla persona viene letta come un attacco alla libertà d’informazione. È proprio su questa zona grigia che Lucarelli affonda il colpo. E al netto dei toni, talvolta feroci, la domanda che pone merita di essere presa sul serio: essere dalla parte di chi indaga il potere significa dover rinunciare a indagare anche chi quel potere di controllo lo esercita?
Selvaggia Lucarelli torna all’attacco di Sigfrido Ranucci e questa volta lo fa mettendo in discussione non tanto il valore delle inchieste di Report, che riconosce apertamente, quanto l’immagine costruita negli anni intorno al suo conduttore. Dopo il lungo approfondimento pubblicato nella newsletter Vale tutto, la giornalista ha spiegato al Corriere della Sera le ragioni delle sue critiche, partendo proprio dalla trasformazione di Ranucci in una sorta di simbolo dell’informazione indipendente. «La tentazione di diventare un simbolo di purezza, di alimentare la retorica dell’eroe solitario contro il sistema, può essere molto seducente», sostiene Lucarelli. Il problema, aggiunge, arriva quando bisogna dimostrarsi all’altezza di quell’immagine: «E Ranucci, come tutti, non lo è».
Il punto centrale del suo ragionamento è proprio questo: criticare Ranucci, secondo Lucarelli, non dovrebbe equivalere automaticamente ad attaccare Report. Al contrario, distinguere il giornalista dalla trasmissione sarebbe necessario proprio per preservare il valore di un programma che negli anni ha realizzato numerose inchieste importanti.
Selvaggia Lucarelli su Ranucci: «Report non è la Bibbia e lui non è Dio»
Lucarelli non nega i meriti professionali del giornalista e sottolinea che «Report ha realizzato inchieste preziose», ma contesta quella che considera una progressiva identificazione tra il programma e il suo conduttore. A suo giudizio, nel tempo si sarebbe creato un meccanismo per cui mettere in discussione un servizio o una scelta editoriale rischierebbe di trasformare automaticamente chi muove la critica in un avversario della trasmissione.
«Il problema è proprio la progressiva personalizzazione», spiega. «È un cortocircuito pericoloso: trasforma il controllo sul controllore in una battaglia tra buoni e cattivi». Da qui la frase più netta utilizzata nella sua ricostruzione: «Report non è la Bibbia e Ranucci non è Dio».
La giornalista ricorda anche di aver avuto personalmente motivi di attrito con la trasmissione, sostenendo che una sua inchiesta sul Covid sarebbe stata ripresa senza citarla e successivamente, a suo giudizio, stravolta con errori grossolani. Un precedente che Lucarelli utilizza per sostenere la necessità di poter discutere criticamente anche il lavoro di una trasmissione d’inchiesta senza che questo significhi delegittimarla nel suo complesso.

Ranucci e Lavitola, i dubbi di Selvaggia Lucarelli sul loro rapporto
Uno dei punti più delicati riguarda il rapporto tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, tornato al centro dell’attenzione nelle ultime settimane. Lucarelli parte dalla premessa che, sulla base delle carte emerse, Ranucci non fosse a conoscenza di quanto contestato a Lavitola, ma si interroga sulla natura del rapporto personale tra i due.
Secondo la sua lettura delle conversazioni, non sarebbe convincente rappresentare Ranucci semplicemente come una persona manipolata. «L’inchiestista sgamato capace di scovare intrighi di potere, che si fa manipolare da Lavitola?», si domanda Lucarelli, sostenendo che dalle chat emergerebbe piuttosto un rapporto alla pari: «Lavitola soffiava su ambizioni politiche, Ranucci si faceva accarezzare dall’idea». Secondo la giornalista, Ranucci sarebbe stato per Lavitola una possibile «testa d’ariete» attraverso cui tentare di riavvicinarsi ai luoghi del potere dai quali era ormai marginalizzato.
Lucarelli contesta inoltre l’idea secondo cui la vicinanza personale a personaggi controversi debba necessariamente essere considerata parte del mestiere del giornalista d’inchiesta. «Non facciamo passare l’idea che i giornalisti debbano diventare amici dei criminali per dovere professionale», afferma, mettendo così in discussione quella che definisce l’«amicizia fraterna» tra i due.
Selvaggia Lucarelli e i rapporti di Ranucci con donne, fonti e collaboratrici
Ancora più delicato è il capitolo dedicato ai rapporti di Ranucci con alcune donne incontrate nell’ambiente professionale. Lucarelli precisa di non sostenere che il giornalista abbia commesso molestie fisiche e ricorda che nel 2021 un audit interno della Rai non riscontrò le accuse contenute in un dossier anonimo che parlava, tra le altre cose, di molestie, mobbing e relazioni sessuali con colleghe.
La sua critica riguarda invece quella che definisce una gestione «poco professionale» del confine tra vita privata e rapporti di lavoro. Lucarelli cita anche la testimonianza di una propria amica che avrebbe lavorato con Ranucci e avuto una relazione con lui. «Sono convinta che non molestasse fisicamente nessuno, ma sono altrettanto convinta del fatto che il suo rapporto con alcune fonti e collaboratrici sia stato spregiudicato e che nel suo ruolo abbia commesso errori», sostiene.
Per Lucarelli il punto è soprattutto quello dell’asimmetria di potere. «Sei Ranucci, hai un enorme potere sulle carriere, dovresti avere una particolare cautela nel separare il piano professionale da quello privato», afferma. Una distinzione importante, perché la critica avanzata dalla giornalista non riguarda accuse di molestie risultate accertate, ma l’opportunità di intrecciare rapporti sentimentali o sessuali con persone legate anche professionalmente al proprio lavoro.
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Il libro di Ranucci e il caso delle «parti romanzate»
Parte della polemica ruota anche intorno a La scelta, il libro di Sigfrido Ranucci nel quale vengono raccontati aspetti personali e professionali della sua vita. Secondo Lucarelli, il volume sarebbe stato inizialmente presentato come una sorta di autoritratto senza sconti, mentre soltanto dopo le polemiche il giornalista avrebbe sottolineato la presenza di «parti romanzate».
È proprio su questo punto che la giornalista individua una contraddizione. A suo giudizio, alcune vicende relative a stagiste, collaboratrici e fonti sarebbero state raccontate durante le presentazioni del libro come esperienze riconducibili alla vita reale del conduttore. «Ranucci ha venduto e promosso questo libro dicendo che era un autoritratto e non ha mai parlato di parti romanzate, se non dopo le critiche», sostiene Lucarelli.
Resta dunque una questione centrale nella sua ricostruzione: dove finisce l’autobiografia e dove comincia la finzione? Una domanda che diventa ancora più rilevante proprio perché alcune delle vicende raccontate nel volume finiscono per intrecciarsi con le polemiche sui rapporti professionali e personali del giornalista.
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Sigfrido Ranucci e la presunta autorecensione del suo libro
C’è poi un episodio decisamente più curioso, diventato rapidamente un piccolo giallo. Nella newsletter Lucarelli sostiene che Ranucci avrebbe recensito positivamente il proprio libro su Amazon utilizzando lo pseudonimo “Emilio Cresci”. La recensione, successivamente rimossa, avrebbe definito La scelta un «capolavoro sulla lotta quotidiana per libertà di informazione» e un «romanzo dei nostri tempi».
Ranucci ha respinto la ricostruzione sostenendo che si trattasse di un profilo fake attribuitogli erroneamente. Lucarelli, però, mantiene la propria posizione e nell’intervista replica: «E perché un profilo fake poi cancella quella recensione? E poi mi è stato girato da suoi colleghi di Report, dovrebbero essere fonti attendibili, no?».
Si tratta, è bene sottolinearlo, di una ricostruzione sostenuta da Lucarelli e contestata da Ranucci, e non di un fatto definitivamente accertato. Ma per la giornalista anche questo episodio sarebbe significativo rispetto al tema più generale che attraversa tutta la sua critica: il modo in cui il conduttore avrebbe contribuito negli anni alla costruzione della propria immagine pubblica.
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Selvaggia Lucarelli: «Report è più importante di Ranucci»
Alla fine, la questione posta da Lucarelli va oltre le singole polemiche. La giornalista si domanda se non sia arrivato per Ranucci il momento di interrogarsi sul proprio futuro alla guida della trasmissione. Non ne chiede direttamente l’allontanamento, ma sostiene che il programma debba rimanere più importante della persona che lo conduce.
«Se ti accorgi di sottrarre spazio alla sua missione e alla redazione, forse dovresti chiederti: sto difendendo me stesso o Report? Sto ingombrando o potenziando il programma?», osserva. E la conclusione è altrettanto netta: «Io credo che la cosa migliore che Ranucci possa fare è dimostrare che un programma così prezioso possa sopravvivere a lui, oltre che ai nemici di Report».
Ed è forse questo il punto più interessante dell’intera vicenda. Difendere il giornalismo d’inchiesta non dovrebbe significare trasformare chi lo pratica in una figura sottratta alle stesse domande, verifiche e critiche che rivolge agli altri. Ranucci non è Report, così come Report non può essere ridotto a Ranucci. Se il programma è davvero un patrimonio del servizio pubblico, come sostiene la stessa Lucarelli, la sua forza dovrebbe risiedere proprio nella capacità di sopravvivere alle persone, alle polemiche e persino ai suoi conduttori. E forse il paradosso è tutto qui: il modo migliore per difendere Report potrebbe essere smettere di considerare intoccabile chi lo conduce.








