Manila Esposito torna dagli Europei di ginnastica artistica di Zagabria con un oro al corpo libero, due argenti – alla trave e nella gara a squadre – e una risposta che probabilmente vale quanto le medaglie che porta al collo. Ha 19 anni, è una delle ginnaste più forti d’Europa e, mentre era impegnata a competere ai massimi livelli, qualcuno ha trovato comunque il tempo di discutere del suo corpo.
Non della difficoltà dei suoi esercizi, della preparazione necessaria per eseguirli o della pressione che accompagna una competizione internazionale. Del suo corpo. Troppo muscoloso, troppo lontano dall’immagine che qualcuno continua evidentemente ad associare a una ginnasta. Manila, invece di entrare in una discussione destinata probabilmente a non portare da nessuna parte, ha scelto di rispondere nel luogo che conosce meglio: la pedana. «Io sto bene con me stessa e poi è proprio grazie al mio fisico che riesco a ottenere certi risultati», ha spiegato dopo gli Europei.
Forse è proprio da questa frase che dovremmo partire. Non tanto per celebrare l’ennesima giovane donna capace di “rispondere agli hater”, formula che ormai utilizziamo con una frequenza preoccupante, quanto per domandarci perché debba ancora essere necessario farlo.

Manila Esposito e il body shaming durante gli Europei di ginnastica
Il body shaming non è certamente una novità e i social hanno reso ancora più evidente un’abitudine che esisteva molto prima di Instagram e TikTok: sentirsi autorizzati a esprimere un giudizio su qualsiasi cosa riguardi un’altra persona. Dalla politica alle relazioni, dall’abbigliamento alle scelte personali, fino ad arrivare inevitabilmente al corpo.
La differenza è che oggi quel giudizio può raggiungere direttamente chi ne è oggetto. Non rimane più confinato a una conversazione privata: viene scritto, pubblicato, condiviso e spesso amplificato dall’anonimato, come se avere uno spazio per commentare significasse automaticamente avere qualcosa di necessario da dire.
Nemmeno Manila Esposito è sfuggita a questa dinamica. E forse è proprio qui che la vicenda mostra il suo lato più assurdo: stiamo giudicando il corpo di un’atleta come se il suo valore dovesse essere misurato sulla base di un canone estetico. Manila non allena il proprio corpo perché corrisponda a un’immagine di perfezione costruita dagli altri, ma perché sia forte, potente e capace di affrontare esercizi che richiedono anni di preparazione. Quella muscolatura finita nel mirino degli hater non è qualcosa da correggere o da nascondere: è parte dello strumento con cui gareggia, supera i propri limiti e sale sul podio. Qualcuno però, ha visto solo un corpo da giudicare.

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Il corpo di Manila Esposito non deve essere conforme, deve permetterle di gareggiare
Dietro alcuni dei commenti rivolti alla ginnasta emerge anche una scarsa conoscenza di ciò che lo sport richiede al corpo di un atleta. Pretendere che un fisico allenato per competere ai massimi livelli corrisponda a un modello estetico prestabilito significa dimenticare un aspetto fondamentale: nello sport il corpo si sviluppa anche in funzione di ciò che deve essere in grado di fare.
La ginnastica artistica contemporanea richiede una combinazione straordinaria di potenza, controllo e precisione. La muscolatura di Manila, finita al centro di tante critiche, è la stessa che le consente di correre, staccare, ruotare, atterrare e controllare movimenti preparati attraverso anni di allenamento. Lo ha spiegato lei stessa con una consapevolezza sorprendente per i suoi diciannove anni: senza il suo fisico, probabilmente molti di quei risultati non sarebbero arrivati.
Ed è qui che emerge il vero paradosso: è stato criticato proprio ciò che le ha permesso di vincere.
Il corpo di Manila non deve essere abbastanza sottile, armonioso o vicino all’immagine che qualcuno continua ad associare alla ginnastica. Deve essere sano, forte e capace di sostenerla mentre compie gesti atletici che pochissime persone al mondo sono in grado di eseguire.
Perché è ancora il corpo delle donne a finire sotto esame?
C’è però un’altra domanda che questa vicenda rende difficile ignorare: perché, ancora una volta, al centro del mirino finisce il corpo di una donna? Alle donne continuiamo a chiedere una quantità quasi impossibile di cose contemporaneamente. Essere forti, ma senza sembrarlo troppo. Essere magre, ma non troppo magre. Essere atletiche, ma conservando una determinata idea di femminilità. Avere un corpo allenato, purché la muscolatura non diventi abbastanza evidente da disturbare l’immagine che abbiamo deciso debba avere una donna.
È una contraddizione che nello sport diventa persino più evidente. Pretendiamo performance sempre più straordinarie da corpi che vorremmo continuassero ad assomigliare a un ideale estetico costruito indipendentemente dalla loro funzione.
E forse dovremmo anche interrogarci su quella magrezza che continuiamo troppo spesso ad associare automaticamente alla bellezza. In alcune circostanze ciò che viene celebrato come perfezione estetica può non avere nulla a che vedere con la forza, il benessere o le necessità di un corpo. Nello sport questa distinzione dovrebbe essere ancora più evidente, perché ogni disciplina costruisce esigenze fisiche differenti e non esiste un’unica anatomia alla quale tutte le atlete dovrebbero conformarsi.
Il problema, quindi, non è soltanto l’insulto di qualche hater. È il modello culturale che permette a quell’insulto di sembrare, almeno a chi lo scrive, un’opinione legittima.
Manila Esposito ha risposto con le medaglie, ma non dovrebbe essere necessario vincere
La reazione di Manila è stata straordinariamente matura. Ha raccontato di essersi lasciata scivolare addosso quei commenti, di non aver voluto rispondere sui social e di aver preferito farlo con i risultati. E i risultati sono arrivati: oro al corpo libero, argento alla trave e argento nella gara a squadre, con l’Italia seconda nel medagliere femminile degli Europei.
È una risposta bellissima. Eppure c’è qualcosa che non convince fino in fondo nella narrazione secondo cui il modo migliore per mettere a tacere chi offende sia vincere. Manila ha potuto rispondere con una medaglia, ma una donna non dovrebbe avere bisogno di essere campionessa europea per dimostrare che il proprio corpo merita rispetto. Non dovrebbe essere necessario salire sul gradino più alto di un podio per dimostrare che quel corpo è forte, sano e perfettamente adeguato a ciò che gli viene richiesto. Il rispetto dovrebbe venire prima della performance e appartenere allo stesso modo alla campionessa, alla ragazza che non vincerà mai una medaglia e a chi con lo sport non ha alcun rapporto.
Altrimenti il rischio è quello di sostituire semplicemente un criterio con un altro: prima chiediamo alle donne di essere abbastanza belle, poi concediamo loro di essere diverse soltanto quando diventano abbastanza brave da giustificarlo.
Manila Esposito e quel corpo che non deve giustificarsi
Forse è questo il lato più amaro della storia. Manila Esposito ha 19 anni e possiede già una consapevolezza che molti adulti sembrano non avere ancora raggiunto: il corpo non è un modellino costruito per soddisfare lo sguardo degli altri.
Il suo è il corpo che l’ha accompagnata durante allenamenti, cadute, sacrifici, Olimpiadi, Europei e podi. Ogni centimetro che qualcuno ha pensato di poter giudicare ha contribuito, in qualche modo, a portarla fin lì. Possiamo continuare a raccontare questa storia come la rivincita perfetta della campionessa contro gli hater. Sarebbe semplice e, probabilmente, anche rassicurante. Lei vince, loro perdono, fine della storia. Ma il problema non si risolve con una medaglia.
Perché domani ci sarà un’altra donna, magari senza un oro al collo con cui rispondere. Un’altra fotografia, un altro corpo, un’altra caratteristica considerata troppo o troppo poco rispetto a un canone che abbiamo costruito noi stessi e che continuiamo poi a utilizzare come se fosse una legge naturale.
Manila ha fatto la sua parte: è salita in pedana e ha dimostrato di sapere perfettamente cosa può fare il suo corpo. Adesso forse tocca a noi imparare finalmente a guardarlo per ciò che è, invece di pretendere continuamente di stabilire ciò che dovrebbe essere.









