Foto: ufficio stampa

Il cantante parla di sé, della sua carriera e del suo modo di vedere la politica 

50 anni di palcoscenico non terrorizzano Francesco De Gregori, che compirà 68 anni i primi di aprile e non ha intenzione di smettere di fare musica. “L’idea di essere su un palco da più di 50 anni non mi terrorizza, ma sicuramente mi stupisce. Non ho mai pensato che la mia vita dovesse essere così legata alla musica. In famiglia, da mia zia a mio nonno, la musica c’era sempre stata. Ma l’idea di farne una professione era lontanissima e l’ambiente discografico non era proprio il mio. E invece da ’sto treno – un treno che si è fermato, ha rallentato e a tratti accelerato – non ho mai trovato un motivo per scendere”. Le date dei nuovi concerti che si protrarranno fino al 27 Marzo sono tutti esauriti, per poi continuare con altre date al De Gregori & Orchestra – Greatest Hits Live, in partenza l’11 giugno per poi concludersi il 20 settembre all’Arena di Verona.

Nell’intervista rilasciata, il cantante parla di sé e della sua vita fondata sull’anticonformismo: “A me gli sghembi, gente come Tenco o De André, o Francesco Tricarico, sono sempre piaciuti. Ho sempre sostenuto l’illusione di rispondere no a chi ci dice cosa dobbiamo essere o cosa dire o fare. Ho sempre avuto davanti a me delle espressioni sgomente da parte di chi gestiva le case discografiche, avrebbe dovuto vederle”.

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Foto: di Daniele Barraco

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Rifiuto del conformismo e delle etichette anche nelle canzoni politiche. “La storia siamo noi, Viva l’Italia. Le ho scritte, certo. Non sono certo un reazionario, ma non mi sono mai piaciute le ideologie. Da ragazzo, quando mi chiedevano per chi voti, lo dicevo ma oggi non mi va più di dirlo. Non ho mai voluto sostenere pubblicamente qualcuno. Preferisco non giocare e se non mi va, magari, evitare di vedere la partita. Tuttavia, non smetto di informarmi: leggo i giornali, vedo i talk show e guardo a quello che succede nella politica, continuo ad avere delle mie opinioni. La politica è cosa complicata e su certi temi vorrei sentire ragionare con argomentazioni che vadano oltre lo slogan”.

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Un esempio delle semplificazioni che non accetta è Romano Prodi che definisce Salvini un razzista. “Con il massimo rispetto per i bar, luoghi che amo profondamente, nella discussione da bar non entro. Semplificare problemi come immigrazione o la globalizzazione mi sembra sbagliata e l’uso di una parola così netta, che ha un significato così variabile nella storia del mondo, che si applica a situazioni diversissime, dal razzismo degli Stati dell’America profonda all’antisemitismo europeo del ’900, mi sembra superficiale come spesso è stato l’uso dell’aggettivo fascista o comunista attribuito al nemico politico solo per evitare di scendere sul piano della contestazione critica. Più che razzista, definirei Salvini xenofobo, che vuol dire un’altra cosa anche se i due termini vengono spesso accostati e confusi”.

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