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Il racconto dell’infanzia e i dissapori di Sanremo

“Chi più chi meno, siamo furbi, ci aggiustiamo a seconda di chi abbiamo di fronte; io no: reagisco di pancia, sbrocco”, dice a Vanity Fair il cantautore Ultimo, finito nelle polemiche all’ultimo Festival di Sanremo dopo che, vincitore al tele voto con il brano “I Tuoi Particolari”, si era visto sorpassare da Mahmood per l’intervento della giuria d’onore, e di questo si era lamentato scontrandosi con i giornalisti della sala stampa. In “Fateme Canta”, uno dei brani dell’album “Colpa Delle Favole” che verrà pubblicato venerdì 5 aprile, ammette che quando parla sbaglia i modi, i toni e anche i tempi.

“Mi hanno dato del coatto, fascista, omofobo, ma la verità è che non sono niente di tutto questo”, spiega al magazine. Né, dice, si riconosce nel ruolo, in cui è stato incasellato, suo malgrado, di eroe del popolo contro la élite: “Io di politica non ne so, e le generalizzazioni, come le strumentalizzazioni, mi amareggiano. Ho agito d’istinto, ed esprimersi d’istinto è pericoloso. Ma è il mio carattere: schietto, incontrollabile. Sto lavorando per migliorare”. Non per questo ha chiesto scusa: “Ho pensato che chiedendo scusa sarei tornato a far parlare di me ma non della mia musica”.

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Foto: Lorenzo Piermattei

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Niente problemi con Mahmood, assicura però: “Con lui è tutto a posto”. Il suo carattere, racconta a Vanity Fair alla vigilia dell’inizio del tour che culminerà il 4 luglio con una data allo Stadio Olimpico della sua Roma, c’entra molto con il nome d’arte che si è scelto. “Successe in un bar di San Basilio, la borgata romana da cui vengo. Con un gruppo di amici ci eravamo chiamati Les Misérables, dal romanzo di Victor Hugo. Al singolare suonava brutto, miserabile, così è venuto da sé Ultimo: che ce l’ha con tutti, ma non ce l’ha con nessuno, perché in fondo ce l’ha solo con sé stesso. Per essere nato con la predisposizione a sentirmi colpito, un bersaglio incompreso. Avere creduto a insegnanti che già alle elementari mi davano del nullafacente: “È bravo ma non si applica” dicevano a mia madre, “suo figlio è marcio dentro, farebbe meglio a trovargli qualcosa” ripetevano, e la tela bianca che ero, intanto, si disegnava così, con questa ambizione di riscatto che non mi passerà mai. Persino lo stadio non basterà”.

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“Avrò avuto una decina d’anni, ricordo facevo cose in effetti un po’ irrequiete, tipo lanciare le mele in classe, quando mi mandarono da una, nella speranza mi curasse questa inadeguatezza. Solita predica, solito dito puntato. Ma davvero c’è un modo giusto per vivere?”. Altro brano autobiografico, Ipocondria: “Stavo preparando l’esame di ammissione a Scienze umane dopo essere stato bocciato a Ragioneria. Caffettiera sul fuoco, bevo e ripeto, bevo e ripeto, dal niente una tachicardia. Mi fa provare la de-personalizzazione, che intorno tutto è un cartonato finto, che mi manca la terra sotto ai piedi”. Rimedio per l’ansia? “Nel mio caso, fiori di Bach e ginseng. E sto cercando di smettere di fumare”.

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