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“Ho scelto il cinema perché mi permette di dire ciò che penso della vita”

Dei tre personaggi maschili protagonisti de Gli anni più belli – il nuovo film di Gabriele Muccino in sala dal 13 febbraio – Pierfrancesco Favino interpreta il pragmatico, il figlio di un meccanico manesco che dall’antro buio di un sottoscala, partendo da zero, trova la propria luce nell’affermazione sociale: “È uno che fa le cose, le costruisce e ci mette le mani senza paura”.

50 anni, una lunga carriera cinematografica, decine di film con i più importanti registi italiani, numerosi premi all’attivo, tra cui tre Nastri d’argento, due David di Donatello, un Globo d’oro e il premio Bacco al Festival di Berlino, Pierfrancesco Favino si definisce “più fantasioso, più sognatore, più irrequieto”, rispetto al personaggio interpretato per Muccino.

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La sua storia personale, che è anche quella di un ricco percorso artistico, la racconta in un’intervista esclusiva per la copertina del numero 7 di Vanity Fair, in edicola dal 12 febbraio. L’attore parte dalla sua adolescenza e dai dubbi tipici di un’età di transizione: “Non facevo altro che ripetermi: ‘Quando sarò grande’ fantasticando così tanto sul mio futuro che quando il domani è arrivato non me ne sono quasi reso conto”, soffermandosi anche sui ricordi più delicati: “Non avevo mai fatto l’amore e di quel preciso istante ricordo tutto(…)”.

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“Sono cresciuto con tre sorelle, come in Cechov, e non ho mai diviso il mondo in uomini o donne”

Punta quindi l’accento sul suo rapporto con la famiglia e in particolare il padre: “Un uomo di un’altra generazione. (…) Aveva lavorato per tutta la vita considerando intelligenza e pensiero come forme di riscatto”, e quello con le donne “Sono cresciuto con tre sorelle, come in Cechov, e non ho mai diviso il mondo in uomini o donne. Il genere femminile per me non ha mai rappresentato un salto al di là del muro né lo scoglio pazzesco che è per tanti maschi”, svelando persino il suo lato più romantico: “Ogni mattina, per un tempo lunghissimo, ho lasciato una rosa bianca davanti alla porta di casa della mia prima fidanzata. Mi sembrava un gesto dolce (…)”.

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Si sofferma, poi, sul senso di solitudine degli anni adolescenziali: “Nella fase in cui metti il tuo mondo da adolescente contro quello degli adulti non avevo amici che mi spalleggiassero (…)”, sul suo rapporto con la scuola, “Al secondo anno di liceo scientifico mi diedero quattro materie a settembre (…). Mi bocciarono. Pensai a mio padre, alla sua delusione. Mi volevo sotterrare. Al di là di tutto, la matematica non sarebbe mai diventato il mio mestiere (…)”, anche sui viaggi memorabili della sua giovinezza: “Negli anni ’80 volevamo andare tutti in Inghilterra. Tormentai i miei genitori fino a ottenere un sì e finii in un film di Ken Loach” svelando l’intimo desiderio di conservare i ricordi speciali in un diario: “Scrissi anche un diario di quel viaggio. Da adolescente scrivevo molto: poi ho smesso, chissà perché…”.

Nell’intervista di Malcom Pagani, Favino si sofferma, in particolare, sul mestiere dell’attore, sull’idea di talento e sulle origini della sua scelta artistica. A determinarla fu “Un’insegnante di inglese, Carla Giro, appassionata di film. Mi fece capire che il cinema non era soltanto intrattenimento o immagine, ma un linguaggio che ti consentiva di dire ciò che pensavi della vita”.

Pierfrancesco Favino: gli inizi di un grande attore

Ricorda pure come, in mezzo a successi del calibro di L’ultimo bacio del 2001 e Romanzo criminale del 2005, nella sua vita ci siano stati una miriade di piccoli lavori, necessari e significativi. “Ho fatto il cameriere, il buttafuori, il pony express, le consegne dei pacchi di Natale, il servizio d’ordine fuori dalla discoteca, l’accompagnatore dei bambini sui cavalli a Villa Borghese. La mia prima casa era un appartamento di 30 metri quadrati. A me sembrava una reggia”.

Foto: Ufficio Stampa

Perfezionista, ma “tutt’altro che perfetto”

A chi poi lo definisce un perfezionista, lui risponde che: “Ho un’ossessione verso il miglioramento che viene confusa erroneamente per perfezionismo: io sono tutt’altro che perfetto. Al limite tendo a qualcosa che non so neanche se esista davvero”.

E le idee sono molto chiare quando mette in relazione il concetto di affermazione artistica con quello di felicità: “Campavo bene ed ero felice anche con 60.000 lire alla settimana. Bisogna relativizzare, guardare alla vita con il sorriso. Oggi le persone hanno deciso che io sono sexy, domani cambieranno idea e diranno che sono brutto. Dicono: ‘Sei l’attore del momento’. Ma che vuol dire l’attore del momento? L’attore del momento è come la playmate del mese di Playboy. Non aspiro a essere considerato il più bravo attore italiano comunque, non me ne frega niente”.

Ma qual è la cosa di cui Pierfrancesco Favino va più fiero? “Forse è un orgoglio un po’ maschile: ma io so che mi sono guadagnato tutto senza mai avere una raccomandazione, una spinta, una parola o una telefonata”.